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Giustizia per tutti

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Il figlio minore adottato conserva i diritti successori nei confronti dei genitori naturali?

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 A tale domanda si deve dare purtroppo  risposta negativa, almeno per quanto riguarda le adozioni di minori intervenute dopo il 1967.  Ed invero, solo per le adozioni di minori intervenute fino al 1967 , l’adottato conserva lo status di figlio con i genitori biologici e dunque ha diritto alla loro eredità, mentre per le adozioni di minori intervenute successivamente a tale data, l’adottato non ha alcun diritto in tal senso, poiché il    legislatore ha, con legge successiva (Legge n. 431/1967), deciso  di recidere ogni legame giuridico tra l’adottato e la famiglia d’origine. In caso dunque di adozione intervenuta dopo il 1967,  la nuova famiglia diviene l’unica famiglia del minore,  che   non ha alcun diritto, né  successorio né di altro tipo, nei confronti della famiglia d’origine. Diverso è invece  il caso in cui si viene adottati dopo il conseguimento della maggiore età: in questa ipotesi l’adottato conserva il rapporto giuridico con la famiglia d’origine,  a cui aggiunge quello con la famiglia che lo ha adottato.

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Assegno di divorzio: non pagare è reato

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La Corte Suprema di Cassazione con sentenza a sezioni unite penali, n. 23866/13 del 31.05.2013,   ha stabilito, dirimendo il conflitto esistente in proposito, che non pagare l’assegno  di divorzio integra il reato di cui al primo comma dell’art. 570 codice penale,   che prevede la pena della reclusione in alternativa alla multa,  e non il reato previsto dal 2° comma dello stesso articolo che prevede l’applicazione congiunta della pena della reclusione e di quella, economica, della multa.  Per quanto riguarda la condizione di procedibilità, la Cassazione ha stabilito che il reato si persegue d’ufficio e non a querela della persona  offesa.

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Il Giudice di appello può ridurre l'assegno di mantenimento se non arrivi a fine mese.

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Per venire incontro al uno dei tanti padri separati che non ce la fa a sbarcare il lunario dovendo far fronte all'improvviso aumento delle sue spese mensili, la Corte d'Appello d'Ancona ha ridotto l'assegno di mantenimento ad una ex moglie proprio sul rilievo che dopo la separazione le spese per il coniuge obbligato erano aumentate.  Con la sentenza in questione (n.672/2012) la Corte ha ridotto da 700 a 500 euro l'assegno di mantenimento che precedentemente il tribunale aveva posto a carico dell'ex marito, accogliendo l’appello di quest’ultimo che aveva evidenziato come  lo stipendio mensile, decurtato dell'assegno di mantenimento fissato dal primo giudice, non gli consentiva di arrivare a fine mese.

 

La vendita di semi di cannabis non è reato.

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La Corte di Cassazione Penale a Sezioni Unite è stata chiamata a decidere se la pubblicazione e la messa in vendita di semi di piante idonee a produrre sostanze stupefacenti configuri il reato di istigazione all'uso delle stesse di cui all'art. 82, comma 1, T.U. stupefacenti.  

 Le Sezioni Unite della Corte,  con  sentenza n.47604/2012,  hanno chiarito che "l'offerta in vendita di semi di piante dalle quali è ricavabile una sostanza drogante, correlata da precise indicazioni botaniche sulla coltivazione delle stesse, non integra il reato di cui all'articolo 82 T.U. stupefacenti, salva la possibilità di sussistenza dei presupposti per configurare il delitto previsto dall'articolo 414 codice penale con riferimento alla condotta di istigazione alla coltivazione di sostanze stupefacenti".   E per  stabilire se si tratti oppure no di reato, i Giudici dovranno analizzare l’aspetto soggettivo ovvero la  presenza o meno della  volontà,  di chi offre in vendita i semi,  di istigare altri ad usare stupefacenti:  un elemento soggettivo che i giudici  di merito dovranno verificare analizzando, per esempio,  il  contenuto dell'inserzione pubblicitaria.

In ogni caso, spiega la corte, "la mera offerta in vendita di semi di pianta dalla quale siano ricavabili sostanze stupefacenti - per es. di cannabis-   non è penalmente rilevante, configurandosi come atto preparatorio non punibile perché non idoneo in modo inequivoco alla consumazione di un determinato reato, non potendosi dedurne l'effettiva destinazione dei semi".

 

Decreto "Salva Italia": Lotta alle clausole vessatorie e novità al codice del consumo

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Gli artt. 5 - 8 del decreto legge 1/2012 (comunemente denominato decreto “salva Italia”) recano una serie di  provvedimenti dedicati alla tutela dei consumatori e degli utenti di pubblici servizi.

Tra le novità più rilevanti senza dubbio vi è  l’introduzione  di un nuovo articolo al Codice del Consumo, ovvero l’ art. 37-bis, atto a definire  il nuovo procedimento di tutela amministrativa contro le clausole vessatorie inserite all’interno di moltissimi contratti d’uso comune.

Grazie all’introduzione di questo articolo, infatti, l’Autorità Garante della Concorrenza godrà del potere di dichiarare, anche d’ufficio, la  vessatorietà delle clausole dei contratti conclusi mediante adesione a condizioni generali o con la sottoscrizione di moduli, modelli o formulari.

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Anche il coniuge separato ha diritto al risarcimento per la morte dell’altro coniuge.

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Lo ha stabilito la Corte di cassazione con una recente sentenza ( Cassazione sezione I penale sentenza del 17 gennaio 2013 n.2597) nella quale si è affermato il suddetto principio, peraltro evidente. Ed infatti,  ha statuito la Cassazione, la separazione di per sé non è di ostacolo al riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale subìto  dal coniuge separato  in caso di morte  dell’altro.

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Le libere professioniste che adottano un bambino hanno uguali diritti delle lavoratrici dipendenti

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La Corte Costituzionale ha stabilito con la  sentenza 22.11.2012 n° 257,  che alle donne libere professioniste che adottino un bambino, spetta, al pari delle altre lavoratrici, l’indennità di maternità per cinque mesi (e non per tre).

La Corte,  infatti,  ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 64, al comma 2, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, ovvero il c.d. Testo Unico in materia di maternità e paternità, laddove  prevede, relativamente  alle lavoratrici iscritte alla gestione separata che abbiano adottato o avuto in affidamento preadottivo un minore,  l’indennità di maternità per un periodo di tre mesi anziché di cinque mesi, come per le altre lavoratrici madri .

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Per la Cassazione se ti sposi pensando al divorzio, il matrimonio è nullo

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Per la Cassazione – sent. N. 17191 del 9 ottobre 2012 -  la sentenza della Sacra Rota  di nullità del matrimonio va delibata nello Stato Italiano anche se nella stessa si era semplicemente appurato,   a mezzo delle testimonianze degli amici della coppia, che   uno dei coniugi era propenso al divorzio in caso di difficoltà! Tale propensione è stata giustamente  ritenuta dal Giudice ecclesiastico una riserva mentale all’indissolubilità del  vincolo matrimoniale da parte di uno dei coniugi,  tale da legittimare la pronuncia di nullità del vincolo matrimoniale religioso.

Fin qui dunque tutto normale,  per la Sacra Rota.   Un po’ meno però per lo Stato Italiano nel quale  il divorzio è una conquista consolidata di civiltà, con la   conseguenza che  è assolutamente normale che  chi si sposi in questo Stato   pensi  al divorzio in caso che le cose non vadano bene. Non solo: nel nostro Stato il vincolo matrimoniale, essendoci il divorzio, è palesemente non indissolubile,  ragion per cui  la sentenza della Sacra Rota era stata ritenuta non delibabile dalla Corte di appello di Salerno, cui  ci si era rivolti. Ebbene, avverso la stessa ha proposto ricorso per cassazione uno dei coniugi e bene ha fatto, visto che la Cassazione ha ribaltato la decisione della Corte di Appello ed ha ritenuto la sentenza delibabile. 

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