ADOZIONE, I PARENTI NON SONO PRIVILEGIATI

Il legame di sangue non sempre è rilevante per la revoca dello stato di adottabilità.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione,  (Sent. n. 26371/2008) dichiarando necessaria, caso per caso, la valutazione dei rapporti e delle reazioni che il bimbo ha nei confronti del parente che si dice pronto a crescerlo.

Una posizione questa, che tende a tutelare il minore con famiglie difficili. Il caso esaminato dalla Corte è quello di un bambino siciliano di 3 anni, tolto alla madre perchè affetta da gravi problemi psichici e finita in comunità. Nè il padre nè i nonni possedevano i requisiti per un affidamento. Così, dopo qualche iniziale incertezza,  si era offerta volontaria la zia ma il Tribunale dei minori di Palermo decise di dichiarare ugualmente  lo stato di adottabilità. La signora si era opposta e la Corte di Appello aveva rovesciato la decisione dei primi giudici, revocando la possibilità di dare in adozione il nipote. Contro questa pronuncia il curatore speciale del minore fece ricorso in Cassazione e lo vinse dichiarando l’adottabilità del minore. La motivazione dei giudici fu una valutazione concreta del caso specifico.

Si legge in sentenza che “ai fini della dichiarazione dello stato di adottabilità, la dichiarata disponibilità di uno dei parenti entro il quarto grado ad adottare il minore non è sufficiente, di per sè, a escludere la situazione di abbandono, dovendo comunque accertarsi in concreto l’effettivo rapporto con il minore”. Infatti i buoni propositi di allevare il nipote, per i giudici, non erano supportati nè da una convinzione profonda della zia di allevare il bimbo, ne tantomeno da una precedente frequentazione dello stesso con la parente nei suoi primi anni di vita. Tutto ciò, quindi, risultava  insufficente a revocare lo stato di adottabilità. 

 

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