IL VAGABONDAGGIO DI MINORI INPLICA IL REATO DI ABBANDONO

Con la sentenza num. 9276/2009 della Corte di cassazione, sezione Penale,  i genitori nomadi rischiano una condanna per abbandono laddove permettano ai figli minori di vagabondare, da soli, per la città. Conseguentemente , tali bimbi, condannati i genitori per abbandono, si vengono  a trovare  in una situazione di adottabilità, con tutte le conseguenze del caso di competenza del Tribunale dei minori.

La cultura nomade, diversa dalla nostra, non giustifica il vagabondaggio, anzi, il diritto alla sicurezza di tutti i minori che circolano sulle nostre strade, deve essere prioritario!

 I Giudici con la sentenza in esame, hanno precisato che i bambini non devono “vagabondare” da soli per strada proprio perchè chi ha l’obbligo di custodia (i genitori o chi per essi), moralmente e giuridicamente, deve vigilare su di essi: ovviamente non si tratta solo di un mero obbligo di custodia, ma del più concreto obbligo di provvedere ai loro bisogni primari!

Se il genitore che ha la custodia del bambino, non può momentariamente occuparsene, può delegare una persona maggiorenne (per il lasso di tempo necessario nella giornata) ma mai abbandonarlo da solo!

Il concetto di abbandono in realtà è fondamentale: purtroppo nelle nostre città non è raro trovare bambini nomadi da soli, sui marciapiedi. La solitudine ai nostri occhi incute pietà e la richiesta di elemosina, da parte loro, ci spinge ad essere generosi: cosa molto gradita ai loro genitori…spettatori invisibili  di un facile guadagno!
Le abitudini della famiglia, o le loro tradizioni nomadi, certamente non escludono il pericolo che i piccoli bambini, lasciati soli nelle nostre strade, sono costretti a rischiare.

Comunque, tradizione nomade o meno, sul piano soggettivo del reato, ci troviamo sicuramente dinanzi alla volontà dell’abbandono: pertanto il dolo non è escluso nè da una diversa cultura, nè dalla considerazione che il bambino risulti maturo per la sua età, e sia capace, per i genitori, di badare a sé stesso.

Fondamentale a loro tutela è l’art. 37 della legge 4 maggio 1983 n. 184, che stabilisce il criterio di territorialità italiana nel caso che il minore si trovi in stato di abbandono sul nostro territorio: in questo caso verranno applicate le norme italiane, sotto ogni aspetto. Quindi, il criterio territoriale dedotto è importante, proprio perché le autorità del Paese di residenza italiana del minore, risultano, sicuramente, le più idonee a valutare la situazione nella quale lo stesso,  di fatto, vive.   

Molti dibattiti si sono condotti a riguardo. Innanzitutto si auspica per il futuro una maggiore autonomia e specificità per il reato di reclutamento, di organizzazione e di segregazione dei minori, da parte di adulti, a scopo criminale.

Queste condotte sono già punibili, oggi, anche se in modo indiretto, perché già sanzionate da diversi articoli del codice penale (ad esempio all’art. 611 c.p. è punita qualsiasi violenza o minaccia per far commettere un reato; all’articolo 112 n. 3 e 4 c.p invece è analizzata, quale circostanza aggravante, la volontà di far commettere un reato a persone soggette alla propria potestà, o ai minori degli anni diciotto).

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